Palazzo Cittadini Stampa


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Indirizzo: Alzaia Naviglio Grande, 26 - Abbiategrasso
Tel: 02.94692464 / 453 (SERVIZIO TURISMO - IAT del Comune di Abbiategrasso)
Fax: 02.94692464
Costo: Gratis
Giorni chiusura:
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In prossimità del nodo delle acque tra il Naviglio Grande e il Naviglio di Bereguardo si staglia maestoso e compatto Palazzo Cittadini Stampa, complesso architettonico storico di primaria importanza. Le notevoli dimensioni dell’edificio (30 metri lineari e 10,60 metri di altezza) e la pianta regolare fanno del palazzo un complesso architettonico di grande effetto visivo. E’ strutturato su tre piani, presenta una facciata caratterizzata da un ampio portone con volta a tutto sesto, sormontato da un balcone con balaustra in ferro battuto, finemente decorato.

Pur risalendo nella sua prima configurazione al periodo tra la fine del XIV e il XV secolo, non si conosce la data di costruzione dell’edificio. L’embrione del palazzo era in realtà una torre a pianta quadrata, di cui sono emerse significative tracce durante i lavori di restauro: l’impronta dell’antica muratura al piano terra, una porzione di intonaco al primo piano; la parte sommitale della torre nel sottotetto. Il nucleo originario della torre è stato affiancato nel tempo da vari corpi di edilizia, fino ad inglobarlo all’interno del volume del palazzo seicentesco, cancellandone l’immagine.

La prima documentazione scritta del palazzo risale al 1697, quando venne citato nel testamento del Sacerdote Giuseppe Cittadini, considerato il probabile autore dell’opera architettonica. L’edificio fu infatti realizzato per volere della ricca famiglia milanese dei Cittadini, che già dal XV secolo risultava proprietaria di diversi terreni in Castelletto. La loro fortuna incontrò un lungo declino tanto che, nel 1751, decisero di cedere parte del complesso e nel 1792, con la morte di Giovanni Cittadini, ne persero completamente la proprietà. Il palazzo e il giardino furono quindi acquistati, nel 1835, da Giuliano Baronio, marito di una discendente della famiglia Visconti e quindi passati per via ereditaria alla figlia e al marito, il celebre patriota Gaspare Stampa che vi abitò fino alla sua morte. Il palazzo fu allora importante luogo d’incontro per coloro che lottavano per l’unità d’Italia. Si narra infatti che qui passarono alcune notti personalità illustri quali Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Dopo il 1874, anno della morte di Gaspare Stampa, l’edificio divenne di pubblica proprietà passando all’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza di Milano) che ne ricavò alcuni alloggi e lo passò all’Amministrazione Comunale di Abbiategrasso. Caduto in pessimo stato di conservazione, dopo decenni di abbandono e di totale incuria, nel 1982 fu rifatta la copertura del tetto per impedire il crollo dell’edificio e cercare di proteggere le murature interne dal degrado. Solo nel 2008 furono attuati i primi interventi di recupero, confluiti nei restauri, ultimati nel 2014. Le opere sono state finanziate grazie al contributo di diversi soggetti sia pubblici e sia privati.

I RESTAURI E GLI AFFRESCHI DELLE SALE INTERNE Uno dopo l’altro, i locali del palazzo hanno preso vita, riacquistando il senso di una sequenza unitaria. I lavori di restauro sono stati tesi a conservare quanto più possibile spazi e superfici, per restituire una lettura d’insieme degli ambienti e della decorazione originaria. Si è optato per un’integrazione pittorica leggera e minuziosa per gli affreschi, ricreando in sottotono una coerenza stilistica e una buona integrità, senza alterare i segni del tempo sulle pitture. I soffitti dei locali, ad eccezione dei tre crollati, sono stati attentamente trattati, ripuliti e reintegrati pittoricamente per un equilibrato effetto finale. I pavimenti in cotto, molto consumati ed in parte mancanti, sono andati persi, sostituiti da nuove pavimentazioni il cui aspetto è stato desunto dall’ originale. Nelle sale del primo piano i magnifici affreschi mostrano scene di vita quotidiana che si alternano, ai riquadri creati dalla cornici architettoniche. Quadretti fantasiosi, dove coppie di persone interagiscono, come in un presepe profano. Scene di soldati indolenti e ombrosi personaggi con cappelli dalle tese ampie, sembrano uscire da una pagina dei Promessi Sposi. Filari di viti, specchi d’acqua, case coloniche, scene bucoliche dove traspare il piacere di vivere. Lo stesso piacere che ha ispirato le forme architettoniche del palazzo e il suo rapporto con le acque e con la campagna abbiatense.

La prima sala, quella accanto allo scalone, il piccolo locale con il balcone prospiciente il Naviglio Grande, è un autentico gioiello riportato alla luce. E’ stata interamente riscoperta tutta la superficie pittorica che si estende dal pavimento al soffitto, celata per decenni da strati calce verde crepata, dove meticolosi restauri hanno fatto emergere: paesaggi campestri di fantasia, barche di pescatori accanto a villaggi fiabeschi, uccelli liberi verso cieli dalle nubi allungate. Anche la firma dell’artista è stata una sorpresa, quella del pittore Abbondio Brasca e la data 1679, un punto fermo nella storia del palazzo. Nella stanza centrale le sequenze architettoniche si alternano a paesaggi bucolici e si trova anche una misteriosa marina dove barche con le vele spiegate si lasciano guidare dal moto ondoso verso mete ignote. Le scene degli affreschi sono sempre incorniciate da elementi architettonici, con l’intento di creare un effetto “avvolgente”. Foglie, festoni, cornici, capitelli si susseguono con colori e forme, frutto di una vivace fantasia.

Non solo campagne e natura, ma anche mito e storia arricchiscono le pareti. La stanza della musica, forse la più scenografica, raffigura la sequenza della scena mitologica di Apollo e Marsia. Satiro al seguito di Dioniso, Marsia trova nel bosco il flauto di Atena e credendosi inarrivabile nel virtuosismo, sfida la cetra del dio Apollo. Colui che perderà sarà alla mercé del vincitore. Le Muse sono le giudici della sfida e decretano la vittoria di Apollo. Il dio della musica, per punire la presunzione del satiro, lo appende ad un ramo e lo scortica vivo. Le scene del mito si alternano alla storia, busti di imperatori guardano superbi dall’alto, evocazione dei fasti e della gloria passata. La raffinatezza di molti particolari rende in parte l’idea di come doveva apparire il palazzo anticamente, nel suo aspetto originario. Un susseguirsi scenografico di locali arricchiti da decorazioni fantasiose, che in origine comprendevano anche le porte, dove erano applicate grosse pennellature dipinte. La stessa decorazione fantasiosa utilizzata viene messa a frutto nel disegno dei ferri battuti dei parapetti esterni e nella rappresentazione di un volo di rondini sulle pareti di un angusto antibagno, in fondo al corridoio.

IL CORTILE Il cortile – giardino del palazzo non ha più l’esatto aspetto originario, ma il restauro ci suggerisce quanto possiamo vedere oggi. Sotto l’androne del portone d’ingresso sono stati recuperati due tondi scolpiti con le effigi di due potenti personaggi del passato: guardando il cortile sulla destra l’imperatore romano Tito e sulla sinistra un duca sforzesco, forse Ludovico il Moro, vista la fisionomia del profilo. Non vi sono più tracce dell’oratorio della famiglia Cittadini, fatto costruire dal sacerdote Giuseppe, dedicato all’Assunta e originariamente ubicato tra il palazzo nobiliare e la residenza del cappellano.

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